14/01/2019 - Da madre a figlia nel diventare donna

 

 

Quanto influisce la figura materna sulla edificazione della futura donna?

La professione che svolgo mi concede la possibilità di confrontarmi con molte donne, ognuna diversa dall’altra, ognuna di loro è un universo fatto di paure, energia, fragilità, determinazione, ed ognuna ha un proprio modo di esprimersi e di raccontarsi. Ciò che accomuna queste donne è la presenza di una figura importante, una madrepresente durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, protagonista nella narrazione dei ricordi lontani, ma anche molto recenti. Molte parlano di madri assenti, incapaci di concedere un abbraccio, persino crudeli; eppure mentre cade il mito della madre buona sotto i colpi impietosi delle memorie, ciascuna di queste donne si batte in difesa della propria madre. Il rischio di comportarsi come ingrate nei confronti di colei che ha dato la vita e che ne ha seguito la crescita crea una forte inibizione nel rappresentarla correttamente; la difficoltà di descrivere la propria madre come figura scarsamente accudente ha radici diverse: insultarla od offenderla significa disconoscersi come “buoni figli”, non riconoscersi come adulti capaci di superare e perdonare, ed infine sfatare il mito della maternità che dipinge la madre buona e piena d’amore.

Con la Teoria dell’Attaccamento John Bowlby spiega come il legame affettivo che il bambino instaura con la figura di riferimento primaria costituisca una sorta di specchio in cui egli coglie l’immagine di sé stesso, un’immagine che nel corso della crescita diviene sempre più nitida e definita; ognuno di noi, cioè, elabora le risposte fornite da coloro a cui rivolgiamo la richiesta di cura ed accudimento, che vengono codificate in strutture di memoria ed aspettativa che Bowlby chiama Modelli Operativi Interni (MOI). Nella relazione l’individuo acquisisce quindi il concetto non solo dell’altro, come persona da cui attende una risposta alla richiesta di affetto ed aiuto, ma anche il concetto di sé, come essere che esprime il proprio bisogno di cura. Ognuno ha dunque un modello operativo del sé che ci fornisce informazioni fondamentali:

  • Quanto siamo accettabili, o inaccettabili, agli occhi delle figure di attaccamento?
  • Quanto esse saranno accessibili e responsive qualora chiederemo aiuto?

Se nella relazione con la madre una figlia si percepisce amabile, cioè degna di affetto ed attenzione, sicura di essere vista ed ascoltata, possiederà le basi su cui viene edificato quel senso del sé che costituisce energia vitale per una crescita sana, in modello di attaccamento sicuro.

Spesso, però, donne adulte esprimono sofferenza ricordando una madre non amorevole, ad esempio distante, aggressiva, inconsistente, ipercritica o crudele. Tali memorie, sedimentate nel tempo come una roccia calcarea, costituiscono rappresentazioni mentali di sé e di sé stesse nella relazione.

Ignorare le richieste di attenzione dei figli, mostrandosi insensibili ai loro segnali e imprevedibili nelle loro risposte darà luogo ad un modello di attaccamento Insicuro/ambivalente. Vi sono poi madri che tendono ad interagire con i propri figli mostrandosi tristi, preoccupate, ansiose, spaventate; in questo caso il modello di attaccamento disorganizzato fa sì che la figura di attaccamento venga percepita come pericolosa ed angosciante.,

In questi casi il conflitto interiore nasce e permane doloroso, poiché, nonostante la madre venga percepita come non sintonizzata sulle necessità di cura, in lei si cerca comunque il contatto e la protezione. Nella futura donna adulta ciò può generare:

  • Mancanza di sicurezza: una figlia cresciuta sentendosi ignorata, inascoltata o criticata in ogni caso non sa che è amabile e meritevole di attenzione. la “voce materna”, interiorizzata, continua ad essere svalutante ed indebolisce talenti ed obiettivi. Spesso le donne riferiscono di sentirsi stupide e percepiscono i loro successi come casuali, indipendenti dalle proprie capacità.
  • Mancanza di fiducia: il modello di relazione che una figlia apprende nel rapporto con la madre viene appreso ed introiettato, e viene adottato come riferimento stabile nelle successive amicizie come nelle relazioni amorose; se una madre è stata ambivalente, nelle future relazioni la figlia cercherà costantemente conferma che colui o colei in cui ripone fiducia sia affidabile. Spesso nella relazione si manifesta un desiderio estremo di conferma, sia nell’amicizia che nel rapporto di coppia, in cui regna esasperante gelosia e a volte comportamento sessuale estremo.
  • Difficoltà di definire confini: coloro che hanno vissuto tra il desiderio di una madre presente e la sua assenza, diventano spesso adulte accondiscendenti, o incapaci di garantire che il proprio spazio venga tutelato e protetto entro confini tali da stabilire il rispetto dei propri bisogni. Molte donne riferiscono la difficoltà di dire “no” ed il disagio che provoca loro “ridursi come zerbini”; molte altre raccontano di sentirsi preda dell’intenso desiderio di vivere una relazione talmente coinvolgente ed intensa da provocare la fuga del partner.
  • Difficoltà nello svolgimento dei compiti: ascolto spesso il doloroso ricordo di madri che sottolineavano sempre i difetti e le mancanze delle proprie figlie, rimanendo indifferenti ai loro successi; questo genera, anche nell’ambito lavorativo, la tendenza a porre dei limiti alle proprie stesse capacità, ed a svolgere mansioni e compiti in maniera imperfetta, adottando esattamente la visione di sé stesse che si è appresa dalla propria madre.
  • Rischio di replicare i comportamenti che hanno caratterizzato il legame affettivo con la madre: la tendenza a stazionare nella “zona di confort” ci porta spesso a ricercare situazioni che già conosciamo; nonostante l’esito possa condurci ad uno stato di infelicità, ricerchiamo ciò che ci è “familiare”. Incontro spesso donne che, come madri e mogli, si rifanno involontariamente alla relazione con la madre e ne replicano i comportamenti; ciò genera sofferenza e senso di inadeguatezza nel momento in cui sentono di aver messo in azione meccanismi di indifferenza, di critica eccessiva, o di scarso supporto soprattutto nei confronti dei propri figli.

Voglio sottolineare che questo articolo non vuol essere un atto di accusa e tantomeno un monito a considerare la propria madre deplorevole o indegna; nessuna donna possiede un decalogo che la diriga a diventare una “buona madre”. Ho voluto invece dedicare uno spazio a coloro che si sentono inadeguate e che avvertono la difficoltà di recuperare il rispetto per sé stesse ed un diverso rapporto d’amore con i propri figli.

Troppo spesso avverto l’isolamento e la sofferenza generato da comportamenti che vengono semplicemente accettati, anche se ne viene percepita la distruttività, senza comprenderne l’origine; l’acquisizione della consapevolezza è il primo importante passo per lavorare su antiche ferite e colmare grandi dubbi e lacune; un percorso psicologico può fornire importanti informazioni su quelle risorse interiori che, se inattive e dimenticate, diventano irreperibili, e non ci consentono uscire allo scoperto quali donne, mogli e madri, nel modo in cui desidereremmo essere.

 

Pubblicato da:  Stefania Tempesta il 10 gennaio 2019  

Categoria tematica: Genitori e FigliIn Primo Piano

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